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Aridocoltura: risposta al cambiamento climatico

È particolarmente importante parlare di Aridocoltura nel contesto del cambiamento climatico in atto, l'aumento della temperatura media globale, la diminuzione nella disponibilità di acqua nelle falde acquifere e anche sotterranee, le variazioni stagionali marcate caratterizzate da estati sempre più afose e da una forte siccità.

Inoltre, come effetto del cambiamento climatico troviamo alterazioni nelle proprietà del terreno, che causa l’aumento dell’erosione e la conseguente perdita di fertilità in suoli prima adatti all’agricoltura. Per erosione si intende la separazione fisica o il disgregamento della parte superficiale del suolo che genera un’alterazione nella struttura, portando conseguentemente ad una riduzione dell’infiltrazione dell'acqua, caratteristica essenziale per garantire la vita sui terreni. Un esempio legato alla problematica dell’erosione è il fenomeno di desertificazione nella regione di Puglia nel nostro paese, in effetti, la riduzione della vegetazione e la siccità ambientale hanno generato problematiche legate alla limitazione idrica ed erosione del terreno, che ad oggi rappresenta un grave problema per gli agricoltori locali. 

Cambiamento climatico e Agricoltura 

Entrando nel campo dell'agricoltura, il cambiamento climatico ha degli effetti diretti sulla produttività e sulla qualità del raccolto. In effetti, si prevede che per il 2030 le condizioni ambientali siano maggiormente sfavorevoli per l’agricoltura, il che avrebbe un impatto negativo anche dal punto di vista economico e sociale. D’accordo con la FAO, questo comporta un rischio per la sicurezza alimentare globale aumentandone gli indici di fame soprattutto nelle zone più povere del mondo. Inoltre, le alte temperature privilegiano la coltivazione delle specie maggiormente resistenti, riducendo in questo modo la biodiversità agricola e di conseguenza la diversità di alimenti che vanno a conformare la dieta umana. Legato al concetto della riduzione nella produttività, si aggiunge anche la crescente difficoltà di coltivare certe piante nei periodi in cui era prevista la semina, questo vuol dire che piante che prima erano seminate e raccolte in certi mesi dell’anno ormai non possono più essere coltivate nei tempi e periodi previsti, come conseguenza della variabilità ambientale. Nei casi più gravi, alcune specie non possono più essere coltivate in certe regioni perché non ci sono più le condizioni adatte per farlo. 

Le specie invasive

Un’altra problematica legata al cambiamento climatico è la proliferazione di specie invasive nocive per gli ecosistemi. E’ importante chiarire la differenza tra specie invasiva e specie alloctone naturalizzate, tutte e due presentano la particolarità di essere originarie di altre parti del mondo ma trovano all'infuori le condizioni adeguate per sopravvivere in un ambiente diverso a quello abituale. La differenza tra i due concetti si basa nella capacità delle specie invasive di diventare infestanti, riproducendosi in modo veloce e incontrollato  generando una problematica ambientale; nel caso delle specie alloctone naturalizzate si tratta di organismi che, pur non essendo originari di un determinato posto, riescono ad acclimatarsi adeguatamente e non rappresentano un rischio per l’ecosistema, giacché non hanno la capacità di colonizzare e dominare l’ambiente circostante. Un esempio di una specie invasive con forte impatto nell’agricoltura è la Cimice Asiatica (Halymorpha halys), insetto della famiglia Pentatomidae che è originario della Cina, Giappone e Taiwan, e che nell’ultimo decennio ha rappresentato una problematica ambientale in Europa; in Italia è stato registrato per la prima volta nel 2012 in Emilia Romagna, mentre ad oggi studi recenti dimostrano la presenza di questo insetto in almeno 16 regioni dell’Italia. Rappresenta una sfida per l’agricoltura poiché la Cimice Asiatica si alimenta di foglie e frutti di un gran numero di varietà agronomiche come i frutti del genere Prunus come l’albicocca e la pesca. I frutti infetti da questi insetti fitofaghi presentano aree necrotiche e le foglie presentano segni di erbivoria.

Il fenomeno delle specie invasive, intensificato dal cambiamento climatico, è di tipo globale e rappresenta un pericolo ovunque, un esempio di questo è la pianta conosciuta comunemente con il nome di "Retamo Espinoso" o "Ginestra spinosa" (Ulex Europaeus L.) che appartiene alla famiglia delle Fabaceae ed è una specie originaria dell'Europa occidentale. Questa pianta che in certe regioni dell'Europa  cresce in modo spontaneo e fa parte della vegetazione locale, rappresenta un rischio per gli ecosistemi in paesi del Sudamerica come la Colombia, il Cile e l’Argentina. In effetti, il Retamo espinoso ha trovato nei climi Sudamericani l’ambiente perfetto per crescere e proliferare, invadendo zone di ecosistemi di alta montagna, spostando in questo modo la vegetazione nativa e colonizzando paesaggi completi. In effetti, questa specie è stata inserita nell’elenco delle 100 specie esotiche invasive più dannose al mondo. 

E’ importante sottolineare che le specie alloctone invasive sono particolarmente dannose per gli ecosistemi poiché entrano in competizione con le specie native, riducendo la biodiversità e modificando gli ecosistemi. Inoltre, hanno un’elevata capacità di riprodursi e proliferare, perciò le specie vegetali invasive diventano facilmente infestanti giacché sono molto resistenti e poco esigenti. 

Un’altra problematica che si associa al cambiamento climatico è la propagazione di malattie, parassiti e insetti fitofaghi che, a causa dell’aumento delle temperature, si possono diffondere in zone dove prima non esistevano, mettendo a rischio la salute delle piante e conseguentemente la produttività.

 

Prospettive future

Il cambiamento climatico ha portato con sé delle conseguenze irreparabili per gli ecosistemi, derivate dall'aumento della temperatura media globale, dall’aumento dell'erosione del suolo, dall’incremento della desertificazione e dalla conseguente diminuzione della biodiversità che include piante e animali. 

Ad accelerare i ritmi e l’intensità di questi cambiamenti è stato l’uomo. Infatti, negli ultimi decenni alcune attività umane hanno impattato fortemente gli ambienti naturali generando una trasformazione evidente del paesaggio, alcune di queste attività sono: la deforestazione, l’inquinamento dell’aria e dell'acqua, l’agricoltura intensiva e l’estrazione di risorse non rinnovabili. 

In questo contesto, l’agricoltura subisce delle grosse sfide legate all’aumento della popolazione mondiale e alla diminuzione delle terre produttive. Inoltre, deve fronteggiare gli effetti dell’aumento della temperatura, dell’incremento dei parassiti, fitofaghi e malattie fungine; e della perdita nelle proprietà del suolo. Queste problematiche tenderanno ad incrementarsi con il tempo causando delle conseguenze dirette nella quantità e qualità delle raccolte, e anche indirette mettendo a rischio la sicurezza alimentare della popolazione globale. 

In questo contesto, l’agricoltura sostenibile rappresenta un modo per contribuire alla crisi climatica globale, giacché utilizza metodi naturali e non invasivi, e garantisce il mantenimento dell’equilibrio nell’agroecosistema, preservando le interazioni tra le diverse componenti (organismi e ambiente). Inoltre, ha come principio l'utilizzo adeguato delle risorse per evitare sprechi. 

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